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La Parola come azione esecutrice del Pensiero

Maestro Venerabile, carissimi Fratelli,
il tema della tavola che mi accingo a proporvi si ricollega, in armonica contrapposizione, e costituendone al contempo un continuum, al lavoro egregio presentatovi, nella scorsa tornata, dal Fratello (OMISSIS). 
L’argomento sul quale cercherò di esporvi il mio umile punto di vista è riferito alla Parola.

Logos, in greco, il cui significato ricomprende anche quello di concetto e pensiero, azioni non sempre attive, dirette, poiché possono prendere forma anche nel più totale silenzio, nella fase dell’ascolto, che è consona al Fratello Apprendista.
Parola è azione, terminale del pensiero, elaborazione e trasmissione del concetto; ciò che ci differenzia dagli altri esseri viventi che popolano il nostro pianeta.
È vero, cari Fratelli, anche gli animali emettono versi, utilizzano un loro linguaggio. La stessa natura produce i suoi suoni attraverso l’impeto del tuono, il sibilo del vento o lo scroscio delle onde del mare.
Ma l’azione in sé, che è quella di trasformare il pensiero in parola, è prerogativa esclusiva dell’uomo.
Platone, in una delle sue lezioni, diceva: “gli uomini ed i vasi di terracotta si provano alla stessa maniera. I vasi da un certo suono, gli uomini dal proprio parlare”.
È questa la differenza sostanziale che ci rende diversi l’uno dall’altro, che fa di questo mondo una splendida varietà.
È la stessa parola che origina il mondo. Non a caso, il Libro Sacro - mi riferisco ai lavori architettonici della Massoneria Italiana - è aperto sul Vangelo di San Giovanni: In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e Dio era il Verbo.
In principio, ossia prima di tutte le cose, era il Verbo, inteso come Logos: il suono che, dall’eterno, genera la vita. Una fiamma che crea, attraverso la parola, intesa qui come impulso divino, l’Universo.
Lo stesso Verbo che, proseguendo nei versi del Vangelo, si fece carne e dimorò fra noi. Lo stesso Verbo che passa all’uomo, attraverso Mosè, chiamato a divulgare la legge divina.
Quella che, nei secoli, l’uomo tenta di interpretare, spesso confutare, con le Arti liberali, come la Logica, le scienze e la stessa speculazione filosofica, nel tentativo, forse vano, di dare un senso alla nascita, alla vita e alla stessa morte.
Nel termine più moderno, parola è associata a cultura ed evoluzione: rappresenta il cammino dell’uomo dalla condizione primitiva a quella del pieno dominio di sé e dei rapporti con i suoi simili e col mondo.
E’ ciò che ha permesso, ancora prima della scrittura, che le tradizioni, e dunque la storia, venissero tramandate di generazione in generazione, affinché le nostre origini non andassero perdute.
Così come venisse perpetrata la volontà di assurgere al divino, perché, insieme alla meditazione, la parola è il veicolo che innalza l’uomo all’Essere Supremo, attraverso la preghiera e il rito nelle sue varie forme e tradizioni.
È lo stesso filo conduttore, la stessa fiamma che, nei secoli, tiene viva la Massoneria e anima il lavoro del massone, nella sua ricerca continua della parola perduta. Una ricerca che non si ridurrà mai alla sua possessione, alla sua conoscenza, segno del limite umano di fronte al Grande Architetto dell’Universo e alla conoscenza, la gnosis, che questo detiene, che in esso è insita.
Ma, è proprio in questa ricerca continua che l’uomo evolve, procede all’edificazione del suo tempio interiore, progredisce ed opera per il bene dell’umanità.
Si chiama appunto “Parola perduta”, quella che, durante l’edificazione del Tempio, era conosciuta da tre maestri, Salomone, Hiram Re di Tiro e Hiram Abif, ai quali era consentito comunicarla solo in alcuni casi. Fu con l’assassinio di quest’ultimo che la parola andò persa. Ancora oggi, noi andiamo ricercandola con il nostro lavoro in officina e con la continua levigazione della pietra e il suo posizionamento tra le mura del Tempio.
Tutto è in funzione della parola. I lavori di Loggia sono scanditi dalla parola del rituale.
La stessa parola sacra che viene trasmessa dal Venerabile al Primo Diacono, al Secondo Sorvegliante e, successivamente, al Secondo Diacono e al primo Sorvegliante, accerta e suggella la perfezione dei lavori dell’officina alla sua chiusura.
E’ la stessa Parola, quella di Passo, che eleva l’Apprendista al grado di Compagno e, successivamente, a quello di Maestro, in un cammino di vita che inizia con la nascita (che è quella dell’Apprendista che muore da profano e rinasce Libero Muratore), passa attraverso la crescita (che è il passaggio dalla pietra grezza a quella levigata, della perpendicolare alla livella, dall’attività alla passività) e ritorna alla generazione nel grado di Maestro.
Parola, anzi parole, sono quelle che il Maestro Venerabile trasmette ai fratelli nella Catena d’Unione. Trasmissione e ricezione che indica l’impersonalità, l’onnipresenza e l’universalità della saggezza: questa è destinata a tutti, ma nessuno ha il diritto di tenerla esclusivamente per sé, pena condannare la propria anima all’implosione, alla morte per egoismo.
La parola è quella che troviamo nelle sette arti liberali, nello specifico del Trivio delle Arti della Parola, ovvero la Grammatica, la Retorica e la Logica. Arti che ci rimettono in correlazione con il Verbo Creatore e ordinatore del Caos descritto nella Genesi, così come la Grammatica modella e ordina il logos inteso come concetto, che diviene Logica e Retorica.
Attraverso queste due ultime arti, essa diventa potente strumento del pensiero. Azione in sé, arte della diffusione, nel mondo profano, dei grandi ideali, dei grandi progetti umani e veicolo di diffusione dei nostri valori massonici: la Libertà, l’Eguaglianza, la Fratellanza, ma anche la Tolleranza e, nel senso più lato del romanticismo, l’Amore.
Parola che, scritta o espressa nell’arte e nella letteratura settecentesca e ottocentesca, diventa ispirazione dei movimenti di pensiero e di popolo della corrente illuminista, fucina della Rivoluzione Francese, e del Romanticismo, quale superamento dell’Illuminismo stesso nella ricerca verso l’infinito e spinta propulsiva dei moti risorgimentali europei e creazione di quella nazione che oggi chiamiamo Italia.
Nella simbolica massonica, il maglietto che imprime la sua forza sullo scalpello diventa esecuzione della volontà, trasforma la contemplazione in lavoro. Assistiamo al passaggio dalla passività del silenzio, che è consono al pensiero, all’attività del suono e, quindi, all’articolazione del pensiero attraverso la parola. Come lo scalpello, spinto dal maglietto sbozza e modella la pietra grezza trasformandola in mattone del tempio o arricchimento artistico della colonna, così il pensiero imprime la sua potenza alla parola e dona vita alla Logica e alla Retorica.
La stessa tavola, che ora mi accingo a terminare, recherà in calce l’espressione “Ho detto”, il cui significato segna la fine dell’esposizione, ma, proprio per la sua connotazione temporale - il passato prossimo - indica una volontà di progressione e di perfettibilità dell’argomento trattato. Si volta pagina, ma se ne apre una nuova in cui ciascuno dei fratelli, attraverso la parola, possano aggiungere una nuova pietra per contribuire all’edificazione del tempio. Quindi, Mestro Venerabile e Fratelli tutti: ho detto.